Capriva del Friuli è un piccolo paese di 1500 abitanti non lontano dal confine sloveno ed austriaco.
E' collocato nella splendida cornice del Collio Goriziano, zona conosciuta in tutto il mondo per la qualità e la varietà dei vini che si producono.
E' proprio a Capriva del Friuli che, nel lontano 1929, alcuni amici fondarono un gruppo il cui obbiettivo era di conservare e tramandare le tradizioni, le danze, le canzoni, le musiche ed i costumi locali.
Il fondatore ufficiale di questo gruppo era Michele Grion; il gruppo ora porta il suo nome.
Dopo la morte del suo fondatore il figlio Gianfranco ha guidato e portato in giro per il mondo il gruppo per decenni, fino alla morte avvenuta nel 2017.
Oggi il gruppo, a 96 anni dalla fondazione, conta circa 40 membri effettivi e una cinquantina di soci collaboratori. L'età dei componenti è molto varia, ci sono alcuni bambini di 10 anni e persone che fanno parte del gruppo da più di 50 anni, ma che raramente si esibiscono. Durante la sua lunga storia il gruppo è stato invitato in tutta Europa, in America, in Algeria, solo per ricordare le principali trasferte.
I costumi attualmente indossati sono il frutto di un'accurata ricerca che il gruppo ha voluto portare avanti all'inizio degli anni 2000: rappresentano l'abbigliamento del popolo contadino della parte orientale del Friuli nel 18° secolo. Ogni singolo capo è stato studiato e creato appositamente per il nostro gruppo applicando le tecniche di confezionamento dell'epoca. Anche i tessuti sono quelli usati a quei tempi: lino per le camicie, seta per i gilè degli uomini e i corpetti e le gonne delle donne, lana per i pantaloni maschili.
La musica che accompagna ed esalta i balli e le scenette del gruppo è principalmente espressa nella forma di valzer, mazurka e polka e rivela una forte influenza austriaca ed ungherese.
Lo strumento principale è la fisarmonica, accompagnata dalla chitarra e dal contrabbasso, talvolta arricchita dalla presenza del flauto e del mandolino. Accanto alle danze tradizionali che esprimono le fondamentali caratteristiche del folklore friulano vengono eseguite piccole scenette, canzoni e brani musicali tipici della vita contadina dell'epoca.
Tra le danze che il gruppo esegue ci sono la tipica Furlana, la Ziguzaine, il Ciclamin e la Stajare; ogni danza rappresenta una situazione di vita, un'occasione felice, la chiusura delle vendemmie, l'eterna ricerca del “moroso o morosa”, la fine della stagione agraria.
Le danze possono essere eseguite in varie formazioni, da tre a otto coppie.
Lo scopo attuale del gruppo non è cambiato: portare avanti le tradizioni per non dimenticare e soprattutto passare questo prezioso “sapere” alle nuove generazioni.
CENNI STORICI DEL COSTUME
Al principio del XVIII secolo la filatura e la tessitura erano ancora praticate in gran parte delle famiglie del nostro territorio, per cui tutto il necessario per l'abbigliamento, dalla filatura al capo finito, veniva realizzato in casa.
La fibra tessile indubbiamente più usta era la lana. Pure di lana, ma tessuta assieme a canapa o a lino, era la mezza lana, che era il tessuto maggiormente utilizzato per l'abbigliamento dei ceti contadini di quel periodo.
Anche la seta costituì per lungo tempo uno tra i tessuti più ricercati ed in uso. Gli anziani ricordano ancora come nelle nostre zone era diffusissima la coltivazione del “baco da seta”, i cavalirs, che si tenevano in tutte le soffitte o sul cjast.
I cavalirs costituivano la materia prima dalla quale si ricavava la seta e si nutrivano con le foglie dei gelsi, presenti in ogni orto o giardino delle case friulane dell'epoca. La relativa facilità di reperimento e di produzione favorì la rapida diffusione di questo tessuto anche in Friuli dove, anche a livello popolare, trovò largo impiego negli abiti dei giorni di festa. Dunque ecco perché il panciotto del costume maschile è in seta, così come la gonna ed il corpetto delle donne, mentre i pantaloni sono in lana.
COSTUME FEMMINILE
La biancheria
Nel costume femminile una componente fondamentale è la biancheria, costituita da diversi capi:
mutandoni, calze, sottogonna e camicia. I mutandoni e la sottogonna sono confezionati in cotone mentre le camicie sono in lino. I mutandoni terminano con una puntina di decoro e tre file di pieghino. Da un tessuto particolare è stato tratto invece lo sbieco, cioè una strisciolina bianca e colorata con un nastrino bianco per fissare e chiudere.
Le cuciture sono fatte tutte come una volta, a mano, e volendo si possono contare: due sulla puntina, tre nelle pieghine e due sullo sbieco, in totale sette cuciture, in friulano gasios.
La sottogonna, chiamata cotule sot, era anticamente bianca di canapa o cotone e canapa. Con il passare del tempo il colore bianco rimase in uso esclusivamente per le giornate di festa.
Una volta finiva con un merletto fatto ad uncinetto o con un giro di fettuccia piegata a formare dentelli.
E' cucita con lo stesso metodo dei mutandoni ma ha in più una cucitura più grande delle altre e più in alto, questo per dare più consistenza alla balza e quindi più ampiezza alla gonna.
Nella sottogonna troviamo anche una taschina “segreta” con asola fatta a mano e chiusa con un bottone di madreperla. Inoltre per dare “aria” alla sottogonna ci sono venti pieghe verticali dette pletis.
Come anticipato le camicie sono state realizzate in lino. Il lino veniva tradizionalmente filato in casa dalle donne con dei telai. Il modello utilizzato per confezionare le camicie è autentico e corrisponde a quello in uso nel XVIII secolo, così come riportato da numerosi documenti dell'epoca.
Proprio seguendo questo modello la camicia ha il polsino alla manica, il colletto a fascetta e qualche pieghina sul petto. Sul giromanica, giropolso e girocollo ci sono delle arricciature fatte a “punto erba rovesciato”, in friulano lis grispis. Inoltre l' ariostà e funzionalità del giro manica si ottiene tramite un quadrello inserito sotto l'ascella, detto cossàt. Sul davanti sono state realizzate tre piegoline per parte, mentre al centro è stato lasciato uno spazio apposito per un eventuale ricamo personalizzato, fiore o monogramma, mentre l'orlatura del girocollo è realizzata con uno sbieco dello stesso tessuto.
Le calze sono bianche traforate. In passato venivano confezionale con un filo di cotone e di lana, e venivano ricamate con motivi a foglie, trecce e strisce di ogni genere.
L' abito
La gonna ed il corpetto, in friulano cottula e cas, erano confezionati, per le popolane, in bavella, una seta di seconda scelta realizzata con il filo ricavato da bozzoli di baco da seta danneggiati, ed intrecciate con dei nastri alla “romanetta”. Nel nostro costume il corpetto e la gonna sono di seta ma, mentre la gonna è monocromatica il corpetto presenta invece un motivo floreale riprodotto a fantasia.
La gonna, a morbide pieghe, ha all'interno un orlo eseguito con altra stoffa, nella fattispecie si tratta di cotone. In passato la scelta di rinforzare l'orlo in altro tessuto era fatta per un motivo economico, un orlo in seta era troppo dispendioso, per cui si studiavano questi accorgimenti per risparmiare.
Nella parte inferiore c'è un'“alzetta”, una sorta di piega fatta apposta per accompagnare la crescita in altezza di colei che indossa la gonna. In vita, sul davanti, c'è un'apertura con “susta” e bottone per agevolare l'indosso.
All'interno della vita un bottone consente di fissare la gonna al corpetto tramite un'asola: questo espediente consentiva di ottenere, in caso di necessità, un tutt'uno tra gonna e corpetto garantendo unicità del movimento dei due capi.
Esternamente il corpetto presenta un disegno floreale mentre all'interno è foderato in seta cruda, cioè una seta più grezza, sempre per un risparmio economico. Il cas, corpetto, rispetta il taglio dell'epoca e presenta inoltre due spalline regolabili ed adattabili, a seconda dell'ampiezza delle spalle, mediante un nastro annodato epassato in apposite asole. Sempre con nastro passante è stata realizzata la chiusura sul dietro in modo da garantire l'assoluta adattabilità del vestito alla figura di chi indossa il corpetto.
La chiusura sul davanti è rifinita con un apposito interno in tessuto spinato, asolato e quindi anche in questo caso regolabile con nastro passante; il corpetto è inoltre orlato in cotonino neutro e presenta due spacchi laterali.
Le finiture, gli accessori e la pettinatura.
Il costume femminile viene completato da alcuni elementi come il fazzoletto da spalla ed il grembiule.
In passato infatti l'abito veniva completato ed ingentilito con fazzoletti di seta decorati e grembiuli
che, seppur con i pochi coloranti allora noti, potevano assumere un'infinità di tinte più o meno vivaci consentendo così una personalizzazione del capo da parte della proprietaria.
Il fazzoletto che le donne portano sulle spalle, lo scialle, è in seta tinta di vari colori. Vi è riprodotto a stampa un motivo floreale che richiama quello del corpetto; lo scialle è rifinito con frange di fili di seta colorata passata ad uncinetto e annodata a mano.
Anche il grembiule delle donne è in seta, tinta a mano in vari colori naturali.
Una ulteriore raffinatezza che impreziosisce l'abito sono i nastri che vengono fissati in vita e lasciati cadere naturalmente sopra la gonna. Secondo la tradizione questi nastri venivano regalati dai ragazzi alle ragazze e costituivano un motivo di vanto per le donne.
Attraverso i secoli la pettinatura della popolana e della contadina è sostanzialmente rimasta la stessa con trecce avvolte in crocchio più o meno alto sulla nuca. Fra le trecce si appuntavano numerosi aghi d'argento, dette “spadette” e si intrecciavano alcuni nastri, le “zendaline”. Ma le ragazze più giovani sapevano ornare il capo anche con le sole trecce e qualche fiore.
A rifinire l'ornamento vengono sfoggiati anche orecchini in oro o argento con pietre, assieme a delle semplici collane.
Per concludere ai piedi si portano gli scarpèz, ciabatte in tessuto realizzate a mano con tessuto di scarto e talvolta ricamate, nel nostro costume sono dello stesso colore dell'abito.
COSTUME MASCHILE
La camicia
La camicia bianca di lino costituiva in epoche passate l'unico capo di biancheria maschile.
La camicia maschile ha il cossat sotto l'ascella per agevolare il movimento ed ha il polsino fatto allo stesso modo di quello delle donne, con lis grispis.
Il collo invece è con fascetta con apertura alla pari e chiusura con bottoni “gemelli” realizzati con due bottoni di madreperla e filo di cotone. Anche la camicia dell'uomo ha sul davanti tre pieghine per parte e alcune arricciature. Particolare è la sagomatura del tratto tra la spalla ed il collo, confezionata con apposite cuciture che consentono di dare a questa sezione una forma ampia e un'adeguata mobilità nei movimenti; è stato inoltre realizzato anche un “cravattino”, o più semplicemente una linguetta, o patela, fissato alla camicia stessa e sulla cui sommità c'è un'asola che serve per fissare la camicia ad uno dei bottoni dei pantaloni.
Poiché un tempo non esistevano ferri da stiro queste camicie non necessitano di stiratura: sono belle così come si presentano, naturalmente stropicciate. Hanno quindi il notevole pregio di possedere una vestibilità più disinvolta e meno impegnativa.
Il panciotto
In passato il crosàt, gilè in seta con bottoni di madreperla, si portava spesso, specialmente in estate, senza giacca. Per questo la parte della schiena molte volte invece che di fodera era fatta dello stesso tessuto del davanti. I panciotti spesso venivano realizzati con colore uguale a quello dei pantaloni, tuttavia i ragazzi più audaci del paese, i bulos, indossavano panciotti di colori molto vivaci.
Il modello del nostro costume presenta due taschini sul davanti, il colletto a “patela” e tre spacchi.
Sul retro è stata realizzata una cinturina dello stesso tessuto cucita rigorosamente a mano e regolabile con una piccola fibia: in questo modo il panciotto può essere regolato a seconda della corporatura, o della crescita, di chi lo indossa.
Il nostro gilè ha una particolarità: e' stato cucito interamente all'interno, quindi a rovescio, in modo chedall'esterno non si possa vedere nulla ed è rifinito a mano con filo di seta. Sul davanti ci sono quattro asole con bottoni in madreperla e all'interno è stata inserita una stoffa particolare, la “fliselina”, per garantire una maggiore consistenza a tutto il panciotto.
I pantaloni
I calzoni degli uomini sono stati realizzati in quel tessuto che si definisce “fresco lana” e sono foderati internamente sul davanti. Sono di colore nero, lunghi fino al ginocchio e presentano il caratteristico patelon che si chiude sul davanti con una serie di bottoni. Poichè all'epoca non erano ancora state inventate le moderne chiusure, per poter soddisfare le esigenze fisiologiche si ricorreva quindi a quest' apertura, abbastanza agevole: non solo, è molto probabile che originariamente questo patelon venisse realizzato anche sul retro!
Il pantalone ha il cosiddetto cul bas in quanto non era ancora stato ideato il “cavallo” dei calzoni.
Sul retro è presente una cintura regolabile mentre sul davanti ci sono due tasche. Per garantire la robustezza del capo, all'altezza della vita e sulla finitura della gamba è stato inserito un rinforzo interno confezionato con “sbiego di silesia” rifinito a mano. Infine per agevolare la mobilità del ginocchio è presente un piccolo spacco su ogni gamba, con un cordoncino di colore bianco antico fatto passare tra una serie di asole.
Le finiture
Oltre ai capi principali, camicia, calzoni e panciotto, il costume maschile si completa con alcuni interessanti accessori.
Oggi come in passato l'abito maschile presenta il bavero, fazzoletto da spalla, la cinta, fascia sulla vita annodata a mò di cintura, gli scapèz, scarpe basse di panno con suola di tela trapuntata e rinforzata a mano, calze bianche lunghe fino al ginocchio.
Il fazzoletto che gli uomini portano al collo è realizzato in tessuto misto di seta e lino e presenta un orlo “a giorno” realizzato naturalmente a mano, con sfilatura dei bordi e cucitura di contenimento.
La fascia, o cinta, degli uomini è in seta, cucita con un orlino e sfilata alle estremità, annodata in vita e fatta ricadere sulla gamba sinistra.
Il cappello, ultimo componente del costume, è nero di feltro a falde larghe ed è fasciato alla base esterna con un cordoncino intrecciato di colore verde.
REPERTORIO E DESCRIZIONE BALLI
Storia e descrizione dei balli e dei canti
Il repertorio originale del Gruppo Folkloristico Caprivese “Michele Grion” si basa sulle danze tradizionali del Friuli orientale. Le danze rappresentate risentono della particolare condizione storica, sociale, culturale e musicale del territorio. Così è il caso della “Furlana” che non ha somiglianze coreografiche con altre “Furlane” danzate in Friuli e risulta quindi un patrimonio artistico proprio del Friuli Orientale.
Le danze del Gruppo sono “ternarie”, sono cioè composte nel tempo di ¾, caratteristica questa che le accomuna alla maggior parte delle produzioni musicali della regione friulana. I balli del nostro Gruppo hanno quasi tutti la caratteristica di essere balli di corteggiamento: sono cioè danze più o meno vigorose a seconda della melodia proposta dal testo musicale che sublimano la relazione amorosa attraverso l'espressività delle movenze nelle diverse figure che compongono il ballo.
Risultano pertanto assenti nel repertorio caprivese altre tipologie di danze come ad esempio quelle di imitazione, mentre esiste un unico esempio di danza di società, la nostra “Valsovien”.
Una particolarità del repertorio è sicuramente la onomastica delle danze stesse: nei nomi delle danze troviamo infatti riferimenti a regioni geografiche determinate: la Furlana, Friuli, la Stajare, Stiria, a fiori, “Ciclamin” ed ancora a serenate, la Ziguzaine.
L'utilizzo del canto all'interno della danza, nella tradizionale forma delle canzoni a ballo, è solitamente limitato ad alcuni momenti particolari della danza stessa; è il caso del “Ciclamin”, in cui proprio per enfatizzare il significato del testo della canzone, il “continuum” della danza si interrompe per permettere l'esecuzione delle strofe cantate prima dalle ragazze e poi dai ragazzi.
Altri esempi di questa forma di espressione vocale si ritrovano nella Valsovien, mentre nella Torototele più che una vera e propria espressione vocale di canzone a ballo, si può parlare di una enfatizzazione del movimento, il passo saltellato, ottenuto tramite la ripetizione del nome della danza.
Un discorso a parte meritano la Stajare e la Furlana in cui nel ritornello che accompagna il giro di valzer finale,la strofa assume un significato particolare che fonde in un momento unico ed inscindibile le fasi del ballo e del canto.
Un'altra particolarità che contraddistingue il folklore caprivese è che la danza è sempre e rigorosamente “danza di coppia”. Nella esecuzione tradizionale rari sono i casi in cui la danzerina e il danzerino si muovono separatamente; in nessuna danza la coppia che ha iniziato la danza si divide o comunque non conclude la danza nella stressa composizione.
Una possibile spiegazione di questa particolarità è probabilmente riconducibile al fatto che, trattandosi di balli di corteggiamento, il fidanzato non può lasciare sola la propria ragazza altrimenti verrebbe meno il ruolo fondamentale che è sempre stato assegnato alla danza stessa, l'occasione di incontrarsi alle feste e alle sagre, unici momenti in cui la cultura contadina e religiosa dell'epoca permetteva l'incontro.
Peraltro la vigoria delle movenze è sempre nei limiti delle regole del corteggiamento romantico. L'unica eccezione a questa regola si ritrova nella Vinca, in cui l'esuberanza di alcune gestualità sembra dovuta ad una situazione contingente: l'euforia della festa del paese che, per una società contadina come quella del tempo, costituiva l'unico momento di svago e divertimento.
La Furlana
Danza di corteggiamento, disposizione frontale.
Si tratta di una delle molteplici varianti dell'omonima danza, conosciuta e ballata fino al XVI secolo in tutto il Friuli ed anche a Venezia.
Rispetto alle altre Furlane che si ballano nel resto del Friuli, la particolarità di questa versione risalente all' 800, peraltro comune a tutti i gruppi del Goriziano, è quella della disposizione dei danzerini, disposizione che prevede tre coppie alla destra, due centrali e ancora tre alla sinistra di chi osserva frontalmente l'esecuzionedella danza.
Nella sua versione completa questa danza si apre con un omaggio del ragazzo alla propria ragazza: il dono di un fiore a simboleggiare l'affetto tra i due danzerini. Il ballo prosegue poi tra sequenze di inchini, carezze con o senza il fazzoletto. Di particolare interesse coreografico risulta sicuramente il mulinello collettivo in cui, con un passaggio di mano in mano, i danzerini si incrociano per poi ritornare a comporre la coppia di partenza; ma è nel valzer finale che la danza raggiunge il significato più intenso e profondo, quando i danzerini cantano tutti insieme una versione di una vecchia canzone a ballo, ovviamente nella sua versione caprivese:
Zè balis tu Pieri?
Si, si che jò bali.
L'è un piez che ti cjali,
ninin tu ses miò.
Zè ustu, ninine
di miòr di cussì:
ti cjapi, ti bussi
e ti meti a durmì.
Questo è il primo ballo eseguito dal Gruppo fin dal lontano 1929 e proprio perché questa danza rispecchia in modo fedele e veritiero la danza popolare dell' 800, il nostro Gruppo è stato premiato con una menzione da parte della giuria internazionale del Festiva Mondiale del Folklore di Gorizia nel 1995.
La Torototele
Danza di corteggiamento, disposizione mista.
Con il termine “torototei” in passato si intendevano coloro che, provenendo dai paesi vicini, portavano nuove notizie ed informazioni: la nascita di un bambino, il fidanzamento o il matrimonio di due giovani, il ritorno di un emigrante e potevano tramutarsi in occasione di festa per tutto il paese. Si ballava quindi la “Torototele”, danza eseguita dai contadini in mezzo ai campi, attorno ai covoni di fieno per festeggiare con semplicità e schiettezza contadina la novità.
La disposizione delle coppie, inizialmente frontale o a triangolo, si trasforma poi in un cerchio che si apre in un semicerchio alla conclusone del ballo.
La Roseane
Danza di corteggiamento, disposizione a cerchio.
La tradizione popolare fa provenire questa danza dalla Val Resia. In verità, considerando anche i ritmi musicali presenti in quella valle, totalmente dissimili dalla tradizione della danza popolare friulana e quindi dalla musicalità espressa, è probabile un'origine diversa. Una possibile interpretazione può essere individuata dalla disposizione delle coppie nella danza: la disposizione circolare potrebbe allora assomigliare ad un fiore, una rosa appunto, e quindi proprio dalla mutazione “rosa -rose – roseane” potrebbe derivare il nome della Roseane.
Un' altra particolarità di questa danza è senz'altro la sequenza delle movenze espresse: inchini, passaggi sotto i fazzoletti e giri di valzer che vengono proposti in senso antiorario e subito dopo nella stessa sequenza in senso orario.
Il Ciclamin
Danza di corteggiamento, disposizione mista.
Questa danza è un inno alla stagione dei raccolti e ad un fiore, il ciclamino appunto, particolarmente presente nelle nostre zone in quel periodo dell'anno. I danzerini salutano quindi le messi con gioia ed allegria al termine della lunga e faticosa stagione dei raccolti.
L'introduzione a questo ballo viene resa attraverso un motivo tradizionale friulano:
Mariute saludilu, saludilu ch'al và,
al và e no'l torne mai plui!
Mai plui ches bussàdis
laiù tai fasùi....!
Poi ad un certo punto del ballo le danzerine respingono i danzerini, si raggruppano al centro della scena ed iniziano a cantare una canzone in coro. Subito dopo, alla seconda strofa del canto, i danzerini prima respinti, si riuniscono alle rispettive ragazze per concludere insieme la canzone.
La matine, co spunte il soreli
zoventùt, contadins e i vielis
van paj cjamps ducj quancj ciantuzant
a brazeto, ridint e balant.
Tornin cjase contenz a la sere
cui flors che jà dat primevere
ciàntin ducj tra un bocal di bon vin:
“Re dai cjamps sestu tu, ciclamin!”
Il Ciclamin si conclude al termine del giro di valzer, in semicerchio, con gli uomini che, fischiettando, cercano di imitare il suono delle zufolo.
La Stajare
Danza di corteggiamento, disposizione circolare, una coppia al centro.
Si tratta di una vecchia danza montanara a misura ternaria, fortemente ritmata, eseguita con vivace intreccio di atteggiamenti e di figure a coppie.
Per la tradizione questa danza, originaria della Stiria, è stata assimilata dai nostri emigranti che la trovavano,nel ritmo e nelle cadenze, molto simile al temperamento friulano anche perché risvegliava in loro l' amore e la nostalgia per la propria terra, il Friuli, e per la propria amata lasciata al paese.
La disposizione delle coppie è a semicerchio; quasi sempre questo valzer viene eseguito con una coppia centrale che esegue mimiche da corteggiamento, mentre le altre coppie, tutte intorno, con i loro movimenti esaltano le movenze della coppia centrale.
Un sonetto di Ercole Carletti, intitolato appunto “Stajare”, introduce il tema del corteggiamento come sviluppato nel corso del ballo:
“Vores balà la Stajare cun t'une pueme in dàlminis,
uacànt a sun di armoniche di tintine e liròn.....
L'esplosione di gioia che conclude questo sonetto conclude in modo abbastanza simile anche il nostro ballo.
Infatti nel giro di valzer che precede il finale esplode la gioia e l'allegria nelle parole
...Viva il vin e la ligrie,
viva il vin, la companìe.
Lassin stà ogni dolor!...
Viva il vin e viva l'amor....
La Ziguzaine
Danza di corteggiamento, disposizione circolare.
Con il termine “ziguzaine” gli anziani amavano definire una generica serenata con il violino che poteva essere eseguita la notte dell' ”addio al celibato” sotto la finestra della sposa oppure in altre occasioni di corteggiamento.
In ogni caso “ziguzaine” era sinonimo di svirgolata, svolazzamento, allegria e dava il senso di atteggiamento spensierato, stuzzicante e propedeutico all' incontro amoroso.
Davanti ad una “ziguzaine” nessuna ragazza poteva resistere e quindi, sfruttandone il fascino accattivante, i corteggiatori confidavano in una buona probabilità di far innamorare le tanto desiderate ragazze.
Con l' intento di ricreare queste atmosfere e sulla base di uno dei più tradizionali testi musicali friulani è stata quindi proposta una danza con questo nome.
La caratteristica principale del ballo è senza dubbio il gioco dei fazzoletti: in questa danza le ragazze fingono di perdere i propri fazzoletti lasciandoli cadere a terra, per fare in modo che i ragazzi possano raccoglierli e usarli per fare dispetti, giocare e comunque alla fine cercare un'intesa amorosa.
Come detto, la Ziguzaine nasce da alcuni tra i testi musicali friulani più diffusi; in particolare uno dei temi centrali di questa danza è tratto da una nota canzone a ballo che nella danza corrisponde alla figura del passo saltellato.
Per la ricchezza di movenze ed anche per la raffinatezza delle stesse (ad esempio l' arco formato dai fazzoletti delle coppie schierate una dietro l' altra a comporre una lunga fila, il passaggio delle stesse coppie sotto quest' arco ed ancora l' inchino finale disposto verso il pubblico) la Ziguzaine è sicuramente una tra le danze più spettacolari del repertorio del Gruppo Caprivese.
La Valsovien
Danza di società, disposizione frontale.
Nel repertorio delle danze del Gruppo l' unico esempio di danza di società è la Valsovien.
Questa danza risente, nel ritmo e nelle figurazioni, delle danze nobiliari settecentesche. Non si tratta di una esatta replica di quelle danze cortigiane, ma di una sorta di pantomima delle stesse. I contadini cercavano di adattare i minuetti nobiliari per ingraziarsi i favori dei padroni, davanti ai quali eseguivano questa danza alla conclusione dell' annata agraria.
In questo modo si spiegano i ritmi ripetitivi, la particolare attenzione alla cadenza e la cura per l'esecuzione delle figure richieste da questo ballo. Anche in questo caso la danza si conclude con una canzone cantata dai danzerini che sottolinea come gli occhi e lo sguardo di una ragazza, oggi come un tempo, possano far innamorare i ragazzi:
“Benedet chel voli neri
di che biele fantazine,
benedet che voli neri
lui mi à fat inemorà..
La Vinca
Danza di corteggiamento, disposizione circolare.
Si tratta di una danza di probabile origine austro-ungarica, peraltro documentata anche sulla riviera romagnola, che si presenta come danza in cerchio con intermezzo di figure, battiti ritmati di mani e di piedi.
Secondo la tradizione questo ballo si eseguiva a conclusione della sagra paesana quando l'euforia raggiungeva l'apice e la tipica compostezza del temperamento friulano veniva, per la breve durata di un ballo, messa da parte dal ragazzo che poteva finalmente esplodere il suo ardore verso la ragazza amata.
Questa danza tradizionalmente conclude l'esibizione del Gruppo ed è per questo che prima di lasciare il palco i danzerini rendono omaggio al pubblico salutando con i cappelli e con i fazzoletti.
In anni recenti, grazie alla collaborazione con gli altri gruppi folkloristici friulani, il repertorio del gruppo si è ulteriormente ampliato con alcune danze patrimonio artistico di sodalizi di tutto il Friuli.
La Furlana del 700
del Gruppo Folkloristico di Pasian di Prato.
La Sclave de Tor
Gruppo folkloristico “Balarins da Riviere” di Magnano in Riviera.
Armonighe e liron
Gruppo folkloristico “Emma Paoluzzo” di Buia.
La Lavandere
Gruppo folkloristico “Federico Angelica” di Aviano.
Nel patrimonio del repertorio Gruppo ci sono anche alcuni canti che vengono eseguiti dai danzerini a coro, da solisti o a coppie:
l'inno ufficiale del Gruppo, Chiste jè Caprive, testo del fondatore del gruppo Michele Grion e musica di LivioTuni;
Tic tic, testo di Lucia Scoziero e musica di S. Cimiotti;
Serenade par te testo di Zardini
O soi stade a confessami...
... e alcuni potpourri di villotte tradizionali friulane.